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martedì 1 settembre 2015

IL PROBLEMA DEI RIFIUTI

   
COSTI INDIRETTI DELLO SPECO: Acqua e anidride carbonica

Connessi agli sprechi alimentari ci sono sprechi “diretti” della filiera (industria alimentare e grande distribuzione organizzata) e sprechi “indiretti” (fertilizzanti, fitosanitari, energia, acqua).
Lo spreco alimentare ha conseguenze non solo etiche, economiche, sociali ma anche sanitarie e ambientali, dal momento che le enormi quantità di cibo non consumato contribuiscono fortemente al riscaldamento globale e alle carenze idriche.
Per ogni kg di cibo si emettono in media 4,5 kg di CO2: ne consegue che le 89 milioni di tonnellate di cibo sprecate in Europa producono 170 milioni di tonnellate di CO2eq l’anno.
Oltre alla CO2, enormi quantità d’acqua sono necessarie a produrre il cibo che mangiamo ogni giorno. In particolare, la produzione di carne necessita di una quantità di acqua maggiore rispetto ad altre produzioni vegetali. Per ottenere un chilo di mele sono necessari 820 litri, per un kg di mais 1.220 litri di acqua, per un chilo di riso 2.500 litri, per un chilo di pollo 4.300 litri, per un chilo di maiale 5.990 litri e per un chilo manzo ben 15.500 litri di acqua.
Nel caso della carne, oltre al consumo diretto d’acqua per esempio per dissetare gli animali, bisogna considerare quanta acqua è servita per far crescere soia, foraggio e cereali che costituiscono il mangime degli animali, quanta acqua è utilizzata per lo smaltimento dell’enorme quantità di deiezioni prodotte, ed infine quanta ne viene sprecata perché inquinata dai fertilizzanti e pesticidi impiegati.
Per risparmiare davvero la limitata ma indispensabile risorsa acqua, è fondamentale diminuire i consumi di alimenti animali, privilegiando il consumo diretto di vegetali (cereali, legumi, verdura, frutta): come singola azione da compiere è la più potente in assoluto.

Inoltre, mentre nei Paesi in via di sviluppo i maggiori sprechi si concentrano nelle fasi di raccolta di cibo, stoccaggio, trattamento, trasporto a causa della carenza di infrastrutture, dei bassi livelli di tecnologia e di investimento nei sistemi di produzione alimentare, nei Paesi sviluppati lo spreco alimentare si verifica soprattutto a livello di vendita al dettaglio e di consumo.
La Fao ha prodotto un toolkit in cui fornisce indicazioni, strategie e buone pratiche di riduzione dei rifiuti di cibo secondo lo schema della piramide invertita che vede la riduzione come strategia preferita secondo questa gerarchia: riduzione; riuso; riciclo e recupero; discarica.
La Fao si rivolge anche alle aziende, invitandole a mettere in campo azioni di sensibilizzazione sullo spreco alimentare. Inoltre viene tenuto in grande considerazione l’imballaggio: vengono quindi invitati i professionisti del packaging a lavorare per ridurre i rifiuti alimentari progettando confezioni che durino più a lungo e si possano quindi riutilizzare, e con un consumo ridotto di materiali di imballaggio.
Ma l’imballaggio può anche essere studiato in modo tale da ridurre la deperibilità dei prodotti, come ad esempio le cassette per frutta e verdura il cui fondo è rivestito di un materiale naturale ondulato
che assorbe l’etilene che provoca la maturazione della frutta e la conseguente creazione di muffe.
Un altro esempio è la Cooler Box, una cassa per il trasporto di bevande che è al tempo stesso un contenitore termico per il raffreddamento; il design innovativo e l’applicazione speciale di una resina permettono la ritenzione idrica durante lo sbrinamento, senza perdite di temperatura per un massimo di 8 ore. La carta è prodotta con materie prime da cellulosa e da macero.
Sul tema della riduzione degli sprechi di cibo lavora anche la European Packaging Design Association – Epda, che è anche partner di Save Food, un’iniziativa nata dalla cooperazione di Fao e Unep con la Messe Düsseldorf GmbH per combattere le perdite mondiali di beni alimentari e ad aumentare la consapevolezza dei consumatori. Save Food intende collegare fra loro i protagonisti dell’economia, politica e ricerca, stimolare il dialogo e aiutare ad elaborare soluzioni lungo la catena del valore alimentare.

                     

                      
      

domenica 6 luglio 2014

CHE FINE HA FATTO LA PLASTICA DEGLI OCEANI?

Ogni anno in tutto il mondo sono prodotti centinaia di milioni di tonnellate di plastica.
Già negli anni Settanta uno studio dell’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti stimò che circa lo 0,1 per cento della plastica prodotta ogni anno dall’uomo finisse negli oceani, trasportata dai fiumi, dalle inondazioni e anche  a causa della perdita in mare di parte del carico delle navi. Anno dopo anno nei mari si sono quindi sommate enormi quantità di plastica, mosse dalle correnti oceaniche e concentrate in particolari zone del pianeta dove si creano grandi vortici. L’area interessata è la ormai leggendaria Great Pacific Garbage Patch, l’isola galleggiante di spazzatura, un agglomerato di rifiuti trasportati dalle coste attraverso le correnti oceaniche. 
In effetti esistono  in totale cinque immense isole di plastica, sia nell'Atlantico che nel Pacifico. A seguito di ricerche condotte con una serie ventennale di crociere scientifiche, la ricercatrice Kara Lavender Law ha riscontrato anche nell'oceano Atlantico un'elevata concentrazione di frammenti in corrispondenza all'incirca del Mar dei Sargassi. Simulazioni al computer hanno individuato due altre possibili zone di accumulo di rifiuti oceanici nell'emisfero meridionale: una nell'Oceano Pacifico a ovest delle coste del Cile e una seconda  tra l'Argentina e il Sud Africa.
Per ottenere qualche dato più preciso, un gruppo di ricercatori della Malaspina Expedition, un’iniziativa internazionale di monitoraggio degli oceani avviata nel 2010 e coordinata dalla Spagna, ha esplorato per mesi le aree in cui le correnti oceaniche creano i vortici in cui si pensa si accumuli la maggior parte della plastica che finisce in mare. Gli scienziati hanno usato quattro navi e un sistema di reti per raccogliere i rifiuti.
Secondo i calcoli effettuati dopo mesi di ricerca sul campo, l’ammontare complessivo di plastica riscontrabile negli oceani è pari al massimo a 40mila tonnellate. Ma al tempo stesso si sa che la quantità di plastica finita negli anni in acqua è molto superiore rispetto a questo numero. Come ha spiegato uno dei ricercatori che ha partecipato allo studio: “non riusciamo a trovare il 99 per cento della plastica che sappiamo essere negli oceani”.
Si pensa che   che la plastica in acqua si degradi molto più rapidamente di quanto inizialmente ipotizzato e che sia mangiata da numerose specie marine. A questo contribuiscono i movimenti ondosi e le radiazioni solari, rendendo i pezzi di plastica tanto piccoli fino a diventare di dimensioni miscroscopiche.  Gli animali marini mangerebbero così involontariamente  la plastica.
Dopo essere stata ingerita, la plastica potrebbe essere espulsa con le feci. Una ipotesi, più inquietante, è che la plastica, e gli altri inquinanti che si legano alle sue particelle, possano causare accumuli all’interno della carne dei pesci e degli altri animali marini, finendo nella catena alimentare. In questo caso la contaminazione interesserebbe non solo gli animali che vivono nei mari, ma anche le bestie che negli allevamenti sono nutrite con farine di pesce e naturalmente gli esseri umani che mangiano il pescato.

Articolo originale: http://www.ilpost.it/2014/07/02/plastica-oceani/

domenica 23 febbraio 2014

RICICLO DEI RIFIUTI ORGANICI E COMPOSTAGGIO

La frazione umida dei rifiuti solidi urbani (RSU) rappresenta circa il 40% dei materiali conferiti in discarica ed è riciclabile per usi energetici e agronomici. Tale parte è costituita da residui alimentari e da scarti o residui delle pratiche di giardinaggio, coltivazione e allevamento. Materiale per compost

Il recupero a fini energetici avviene tramite l’impiego di fermentatori o digestori, speciali contenitori nei quali il materiale organico è stoccato in base alla sua natura liquida o solida. All’interno di detti contenitori la frazione umida è sottoposta a un particolare processo di decomposizione batterica in condizioni di anaerobiosi spinta che produce anidride carbonica, idrogeno molecolare e metano, il cosiddetto biogas, utilizzabile come ecocarburante ed ecocombustibile. Questa tecnologia è in fase di perfezionamento per migliorare la produzione a livello quantitativo e qualitativo, in un’ottica di un sempre maggiore impiego del biogas a fini energetici e alla luce delle grandi rese possibili: indicativamente, da una discarica di circa 1 milione di metri cubi, soggetta a una crescita media annua di 60 mila metri cubi, è possibile estrarre quasi 5,5 milioni di metri cubi di biogas ogni anno.

Il compostaggio è la tecnica di riciclo che permette di riutilizzare la frazione umida dei RSU per usi agronomici, intendendo in tal senso l’impiego che se ne può fare come fertilizzante naturale. Il compost, detto anche terricciato o composta, è ciò che si ottiene dalla decomposizione e dall’umificazione di materie organiche di origine differente a opera di microrganismi e macrorganismi come insetti, lombrichi e funghi in condizioni aerobie, cioè in presenza di ossigeno, e con una ben definita percentuale di umidità. Tale processo si realizza spontaneamente in natura, ma può essere sfruttato e migliorato dall’uomo per le proprie necessità. Il compostaggio avviene in particolari recipienti detti compostiere o composter, di diverse dimensioni e struttura a seconda dell’impiego per usi domestici o industriali.

da: http://www.torinoscienza.it/dossier/rifiuti_organici_4397

lunedì 1 aprile 2013

DISCARICHE


Queste foto mostrano bene che quando ci liberiamo di qualcosa che non ci serve, l’unica cosa che facciamo è toglierla da sotto i nostri occhi: la spostiamo altrove e a volte resta lì per moltissimo tempo. Anno dopo anno questi posti, che in alcuni casi hanno dimensioni enormi, diventano molto di più che semplici cataste di rifiuti: diventano il posto in cui alcune persone cercano e trovano cose che considerano utili, oppure la sede e l’oggetto di operazioni illegali. Le alternative sono due: trovare un modo di riutilizzare le cose che consideriamo inutili, e per questo in un pezzetto di mondo – un pezzetto – ci siamo inventati dei modi per riciclarle, oppure distruggerle (e magari, anche lì, ricavarne qualcosa di utile). Solo che distruggerle è un’altra cosa complicata, costosa, controversa, potenzialmente pericolosa: ed è per questo che, sfogliando le agenzie fotografiche in cerca di immagini per questa selezione, ci siamo accorti che la maggior parte delle foto scattate in Europa e raggiungibili attraverso la parola chiave “discariche” non mostrano discariche, bensì manifestazioni di piazza, presidi, scontri tra cittadini e poliziotti.
Da: ilpost.it  Per vedere tutte le  foto, cliccare qui