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domenica 6 novembre 2016
RIFIUTI E RACCOLTA DIFFERENZIATA ... QUANTO TEMPO PER ESSERE SMALTITI?
La raccolta differenziata è il modo migliore per preservare e mantenere le risorse naturali, a vantaggio nostro, dell'ambiente in cui viviamo ma soprattutto delle generazioni future: riusare, riutilizzare e valorizzare i rifiuti, dalla carta alla plastica, al vetro, al legno, ai medicinali, alle pile esauste contribuisce a restituirci e conservare un ambiente "naturalmente" più ricco.
Ogni nostra azione produce inquinamento: anche la più comune, come leggere un giornale o bere un'aranciata, non sarebbe nulla se non considerassimo che ogni giorno nel mondo vengono stampate milioni di pagine, costruite milioni di bottiglie in plastica o lattine in alluminio, assemblati milioni di oggetti e mobilio per le nostre case.
Ecco perché è importante ogni NOSTRA SINGOLA AZIONE!
Tradotto in altre parole, milioni di alberi abbattuti, milioni di litri di petrolio consumati, milioni di kg di CO2 immessi nell'atmosfera: con la raccolta differenziata, invece, gran parte di queste risorse vengono risparmiate. Ecco alcuni esempi:
- ognuno di noi produce circa 35 kg di plastica ogni anno: se questa plastica fosse completamente riciclata, in un comune di 100.000 abitanti si risparmierebbero quasi 12.000 tonnellate di petrolio e carbone
- per produrre 1 kg di alluminio, occorrono 15 kwh di energia elettrica; per produrre un kg di alluminio riciclato, servono invece 0,8 kwh: in Italia, ogni anno, vengono consumate più di 1 miliardo e 500 mila lattine
- per produrre una tonnellata di carta vergine occorrono 15 alberi, 440.000 litri d'acqua e 7.600 kwh di energia elettrica: per produrre una tonnellata di carta riciclata bastano invece 1.800 litri d'acqua e 2.700 kwh di energia elettrica
- se non differenziati, i farmaci in discarica possono dar luogo ad emanazioni tossiche ed inquinare il percolato; inoltre, la presenza di antibiotici nei rifiuti può favorire la selezione di ceppi batterici resistenti agli stessi antibiotici
- la raccolta differenziata del vetro permette un risparmio annuo, in Italia, pari a 400.000 tonnellate di petrolio
- i pneumatici, una volta terminato il loro ciclo, possono essere reimmessi in ciclo per gli utilizzi più svariati: è importante, poiché in Italia ne vengono scartati ogni anno 500.000 tonnellate, per un volume di oltre 3 milioni di metri cubi, l'equivalente di più di 6 stadi di San Siro colmi fino all'orlo
- da 100 kg di olio usato se ne ottengono 68 di olio nuovo: 1 solo kg di olio usato disperso nell'ambiente inquina 1.000 metri cubi d'acqua.
martedì 27 ottobre 2015
IL FUTURO DELLO SMALTIMENTO DEI RIFIUTI
Lo studio, portato avanti dall’Università di Stanford, ha preso in esame 100 larve di Tenebrio molitor che sono state nutrite con 40 mg di polistirene al giorno. Grazie a dei particolari microbi intestinali, le tarme della farina, hanno trasformato metà di questa ”plastica” in CO2 e l’altra metà in sostanze di rifiuto biodegradabili. Per questa capacità di metabolizzare la plastica pare siano responsabili particolari batteri che vivono nel loro apparato digerente.
Se gli scienziati riusciranno a capire esattamente quali batteri siano coinvolti nel processo, l’intenzione è di ingegnerizzare e produrre su vasta scala degli enzimi digestivi e utilizzarli per lo smaltimento dei rifiuti. Il team sta studiando anche gli effetti che porterebbero nella catena alimentare, ad esempio quando queste larve vengono consumate da altri animali.
venerdì 28 agosto 2015
HELP, LE API SONO A RISCHIO!
La sindrome dello spopolamento degli alveari, colony collapse disorder (Ccd) in inglese, è un fenomeno che colpisce le api operaie e altre specie di insetti impollinatori che vivono negli Stati Uniti e in Europa. Questa definizione è stata coniata in seguito a un calo anomalo del numero di alveari e della produzione di miele che si è verificato nel 2006, anche se le organizzazioni attive nella conservazione insieme ad altre agenzie internazionali che si occupano di cibo e alimentazione, dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) all’Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), hanno cominciato a notare e studiare questo fenomeno fin dai primi anni Novanta.
Considerando che le api sono un vero e proprio mezzo produttivo per l’agricoltura, necessario all’impollinazione di molte colture orto-frutticole e sementiere (39 specie vegetali su 57, nell’ambito delle più importanti monocolture, beneficiano di questo servizio), senza trascurare l’importanza fondamentale nella riproduzione di gran parte delle specie vegetali spontanee più evolute, si può intuire la rilevanza economica di questo fenomeno a livello mondiale. Basti pensare che l’80 per cento dell’impollinazione dipende dalle api, per un’incidenza economica che negli USA è stimata pari a 15 miliardi di dollari l’anno
E' plausibile ipotizzare una estinzione di massa delle api? Se sì quali sarebbero le conseguenze?
Molte delle piante che coltiviamo, in un modo o nell’altro, sopravviverebbero anche senza api, ma in diversi casi avrebbero difficoltà a fornirci produzioni adeguate ed economicamente convenienti. Ci dobbiamo sicuramente preoccupare del contributo delle api alle coltivazioni, da cui traiamo alimenti e guadagni, ma sono tante altre, e molte di più, le piante che rischierebbero l’estinzione.
Scienziati americani e inglesi stanno già pensando ad un rimedio estremo: The Robobee (l’ape robot). Di recente, ’Harvard School of Engineering and Applied Sciences ha ricevuto un contributo di 10 milioni di dollari per progettare e costruire l’ape artificiale e poter sopperire così, in prospettiva, al problema dell’impollinazione. Paradossalmente, in qualche altra parte del mondo (Cina) stanno già sostituendo le api con l’impollinazione manuale dei fiori.
domenica 6 luglio 2014
CHE FINE HA FATTO LA PLASTICA DEGLI OCEANI?
Ogni anno in tutto il mondo sono prodotti centinaia di milioni di tonnellate di plastica.
Già negli anni Settanta uno studio dell’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti stimò che circa lo 0,1 per cento della plastica prodotta ogni anno dall’uomo finisse negli oceani, trasportata dai fiumi, dalle inondazioni e anche a causa della perdita in mare di parte del carico delle navi. Anno dopo anno nei mari si sono quindi sommate enormi quantità di plastica, mosse dalle correnti oceaniche e concentrate in particolari zone del pianeta dove si creano grandi vortici. L’area interessata è la ormai leggendaria Great Pacific Garbage Patch, l’isola galleggiante di spazzatura, un agglomerato di rifiuti trasportati dalle coste attraverso le correnti oceaniche.
In effetti esistono in totale cinque immense isole di plastica, sia nell'Atlantico che nel Pacifico. A seguito di ricerche condotte con una serie ventennale di crociere scientifiche, la ricercatrice Kara Lavender Law ha riscontrato anche nell'oceano Atlantico un'elevata concentrazione di frammenti in corrispondenza all'incirca del Mar dei Sargassi. Simulazioni al computer hanno individuato due altre possibili zone di accumulo di rifiuti oceanici nell'emisfero meridionale: una nell'Oceano Pacifico a ovest delle coste del Cile e una seconda tra l'Argentina e il Sud Africa.
Per ottenere qualche dato più preciso, un gruppo di ricercatori della Malaspina Expedition, un’iniziativa internazionale di monitoraggio degli oceani avviata nel 2010 e coordinata dalla Spagna, ha esplorato per mesi le aree in cui le correnti oceaniche creano i vortici in cui si pensa si accumuli la maggior parte della plastica che finisce in mare. Gli scienziati hanno usato quattro navi e un sistema di reti per raccogliere i rifiuti.
Secondo i calcoli effettuati dopo mesi di ricerca sul campo, l’ammontare complessivo di plastica riscontrabile negli oceani è pari al massimo a 40mila tonnellate. Ma al tempo stesso si sa che la quantità di plastica finita negli anni in acqua è molto superiore rispetto a questo numero. Come ha spiegato uno dei ricercatori che ha partecipato allo studio: “non riusciamo a trovare il 99 per cento della plastica che sappiamo essere negli oceani”.
Si pensa che che la plastica in acqua si degradi molto più rapidamente di quanto inizialmente ipotizzato e che sia mangiata da numerose specie marine. A questo contribuiscono i movimenti ondosi e le radiazioni solari, rendendo i pezzi di plastica tanto piccoli fino a diventare di dimensioni miscroscopiche. Gli animali marini mangerebbero così involontariamente la plastica.
Dopo essere stata ingerita, la plastica potrebbe essere espulsa con le feci. Una ipotesi, più inquietante, è che la plastica, e gli altri inquinanti che si legano alle sue particelle, possano causare accumuli all’interno della carne dei pesci e degli altri animali marini, finendo nella catena alimentare. In questo caso la contaminazione interesserebbe non solo gli animali che vivono nei mari, ma anche le bestie che negli allevamenti sono nutrite con farine di pesce e naturalmente gli esseri umani che mangiano il pescato.
Articolo originale: http://www.ilpost.it/2014/07/02/plastica-oceani/
venerdì 9 maggio 2014
BEE ACTIVE, UNA BATTAGLIA PER L'AMBIENTE
BEE ACTIVE! Attivi per le api”, è la campagna contro l’uso dei pesticidi per la tutela dell’ambiente, della salute e dell’economia. L’utilizzo intensivo di pesticidi in agricoltura è la principale causa della progressiva scomparsa delle api che assicurano colture indispensabili per la vita di tutti i giorni-
Moltissime colture, senza impollinazione, semplicemente non esisterebbero e con loro numerosi prodotti indispensabili alla vita di tutti i giorni. Non solo. Senza il prezioso lavoro delle api, verrebbe minata la biodiversità ambientale che assicura la varietà delle specie presenti nei diversi territori.
Secondo il dipartimento americano dell'Agricoltura e l'Agenzia Federale per la Protezione dell'Ambiente (EPA), non ci sarebbero prove sufficienti per sospendere l'uso di una particolare categoria di prodotti chimici, e il costo dell'operazione supererebbe i benefici. Il divieto su certi pesticidi "sarebbe un costo non da poco per la società", ha spiegato Jim Jones, ai vertici del dipartimento per la sicurezza delle sostanze chimiche e la prevenzione dell'inquinamento dell' EPA. "Questi pesticidi danno significativi benefici agli agricoltori e ai consumatori, oltre a permettere la produzione di cibo a prezzi contenuti".
lunedì 21 aprile 2014
DUE MINUTI SPLENDIDI
In occasione di questa giornata , l' Earht day 2014, vi ripropongo questo bellissimo video, sulle note di What a wonderful world" (inglese: che mondo meraviglioso), una famosa canzone scritta da Bob Thiele (con lo pseudonimo George Douglas) e George David Weiss, interpretata per la prima volta da Louis Armstrong. Fu pubblicata come singolo agli inizi dell'autunno del 1968.
Questo il testo della canzone:
I see trees of green, red roses too
I see them bloom for me and you
And I think to myself, what a wonderful world
I see skies of blue and clouds of white
The bright blessed day, the dark sacred night
And I think to myself, what a wonderful world
The colours of the rainbow, so pretty in the sky
Are also on the faces of people going by
I see friends shakin' hands, sayin' How do you do?
They're really saying I love you
I hear babies cryin', I watch them grow
They'll learn much more than I'll ever know
And I think to myself, what a wonderful world
Yes, I think to myself, what a wonderful world
EARTH DAY 2014
Il tema di quest’anno è Green Cities, con riferimento alla costruzione di agglomerati urbani dotati di edifici più efficienti, trasporti ecosostenibili e una struttura più verde.
Comunque se è importante celebrare Madre Natura nel giorno del suo compleanno, altrettanto fondamentale è festeggiarla e non dimenticarsi di lei negli altri 364 giorni dell'anno. Come? Adottando degli atteggiamenti responsabili anche nel nostro vissuto quotidiano, modificando anche il nostro stile di vita, evitando gli sprechi e riciclando al massimo sia i rifiuti sia gli oggetti che non usiamo più. Qui puoi trovare i dieci gesti quotidiani consigliati che possono salvare il nostro pianeta.
Questo video ci racconta invece quello che potrebbe succedere se l'uomo non cambiasse il suo atteggiamento di conquista nei riguardi della natura.
Da: http://www.ecoblog.it/post/128167/earth-day-italia-il-verde-urbano-assorbe-il-3-delle-co2
mercoledì 10 luglio 2013
RISPETTATE L'AMBIENTE!
sabato 2 marzo 2013
UN' ISOLA DI PLASTICA GRANDE COME IL TEXAS!!!MORTE DEGLI ANIMALI
Questo video è stato girato su un'isola nell'oceano che si trova a 2000 km di distanza da qualsiasi altra costa. Non ci vive nessuna persona ed è un paradiso per tutti gli uccelli migratori.
Purtroppo il risultato di un reportage ha portato alla luce una verità agghiacciante che potete vedere in questo video.
L’esistenza di vasto accumulo di rifiuti in diverse parti degli oceani e in molte coste è ormai un dato evidente.
Su Current Biology di questo mese viene fatto il punto della situazione, fra nuove ricerche, ipotesi e soluzioni per risolvere un problema vasto e cruciale.
In circa un mese trascorso a setacciare le acque di Honolulu, un gruppo di 38 ricercatori e volontari con a capo la biologa marina Emelia DeForce, ha raccolto circa 70 mila pezzi di plastica, per un totale di 118 tonnellate.
L’area interessata è la ormai leggendaria Great Pacific Garbage Patch, l’isola galleggiante di spazzatura, un agglomerato di rifiuti trasportati dalle coste attraverso le correnti oceaniche.
Esistono cinque grandi correnti nel mondo, che ruotano in senso orario nell’emisfero boreale e in senso antiorario in quello australe. Sono le grandi arterie degli oceani, attraverso le quali avvengono gli scambi termici e di nutrienti e lungo le quali s’intrecciano le rotte migratorie di uccelli, pesci e tartarughe.
L’intrusione di materiali plastici in queste grandi correnti ha conseguenze varie, come l’ingestione da parte di animali che scambiano buste di plastica per meduse, provocando la morte per soffocamento. Gli Albatros scambiano pezzi di plastica per cibo, dandoli addirittura ai propri piccoli.
E non è l’unico uccello marino ad aver inserito la plastica nella propria dieta: il Fulmaro (Fulmarus glacialis) che vive sulle coste del Nord Atlantico e del Nord Pacifico, è considerato addirittura un indicatore per inquinamento da plastica, per l’accumulo di questo materiale nel suo stomaco.
| Rifiuti in una zona dell'Oceano Pacifico |
Secondo Anthony Andrady della North Carolina State University, la plastica che negli anni viene decomposta dall’azione del sole e dell’ossigeno, si trasforma in nanoparticelle che penetrano nell’organismo attraverso l’endocitosi. Per questo anche le plastiche biodegradabili non solo non risolverebbero il problema dell’inquinamento, ma addirittura lo moltiplicherebbero per tutti i miliardi di frammenti che penetrano nei tessuti degli esseri viventi.
Ricercatori del National Oceanic and Atmospheric Administraton hanno affrontato lo stesso problema analizzando campioni di zooplancton raccolti a largo delle coste americane del Pacifico. Anche le conclusioni di questo studio non sono confortanti: il zooplancton, alla base della catena alimentare oceanica, ha a sua volta ingerito nanoparticelle di plastica.
Che si assimilino in maniera chimica attraverso i tessuti o semplicemente mediante ingestione, le particelle hanno conseguenze sugli organismi sia nell’immediato sia per le generazioni future, poiché potrebbero innescare cambiamenti genetici. Se infatti alcuni materiali sono chimicamente inerti, altri sono tossici. Per questo secondo Miriam Doyle , che ha collaborato alla ricerca con il NOAA (the National Oceanic and Atmospheric Administration ).
sul zooplancton del Pacifico, è necessario focalizzare la ricerca sulle tipologie di particelle per capire quale effetto abbiano sull’ambiente.
sul zooplancton del Pacifico, è necessario focalizzare la ricerca sulle tipologie di particelle per capire quale effetto abbiano sull’ambiente.
Campagne del NOAA e di molte associazioni ambientaliste hanno spinto negli ultimi anni la stessa industria a riconsiderare i propri comportamenti: nel sito del NOAA' s Marine Debris Program si trova una lista di industrie che hanno adottato materiali o tecniche per ridurre l’uso di plastica.
Nel frattempo la ricerca prosegue, con dati ancora frammentari, ma con una certezza: le cosiddette isole di plastica sono solo la punta dell’iceberg di un problema tanto più pericoloso quanto più esteso geograficamente e biologicamente. (fonte – gaianews.it/ambiente/la-plastica-entra-nella-catena-alimentare-36367.html#.USx9j1EnaN0)
| Veterinari che cercano di salvare un delfino che ha ingoiato della plastica |
La chimica della plastica
- Non conosciamo ciò che c'è nei prodotti di plastica che compriamo - e nemmeno le aziende alimentari. Le materie plastiche possono essere a base di petrolio o gas naturale, ma una volta che si arriva a un produttore di materie plastiche, decine di sostanze chimiche vengono aggiunte per rendere il prodotto rigido, resistente al calore, resistente ai raggi UV, morbido, flessibile. Per ogni funzionalità di una delle materie plastiche c'è una sostanza chimica aggiuntiva.
- Metalli pesanti nella plastica: tra le migliaia di sostanze chimiche possibili aggiunte alle materie plastiche, alcune sono note per essere tossiche - ad esempio, il piombo e il cadmio sono spesso aggiunti ai prodotti in vinile per proteggerli da eventuali danni UV ed altre abbastanza disgustose come il grasso di pollo, usato per rendere l'esterno dei sacchetti di plastica più scivoloso. E abbiamo parlato dio cosa provocano ad esempio i metalli pesanti nei bambini...
- La plastica provoca l'acne: almeno così è per cani e gatti. Molti veterinari consigliano ai proprietari di animali di nutrire cani e gatti in ciotole di vetro, ceramica o acciaio inox perché quelle di plastica permettono ai batteri di riprodursi e moltiplicarsi, causando acne.
- Se gli animali mangiano plastica: la plastica uccide molti uccelli e tartarughe marine. Girano numerose sul web le immagini di tartarughe marine soffocate dalla plastica o uccelli morti con lo stomaco pieno di rifiuti di plastica. In India sono morte decine e decine di mucche per ingestione di plastica per cui molti stati della nazione hanno vietato del tutto i sacchetti di plastica.
- Riciclare non basta: il riciclaggio è solo una semi-soluzione ma non è la soluzione al nostro problema. Un esempio: la maggior parte della plastica che deve essere riciclata viene spesso fusa in impianti che inquinano l'aria e l'acqua locale in un processo gestito da persone che lavorano con poco o nessun equipaggiamento protettivo. È solo rallentando il consumo di plastica che le cose possono cambiare. Come? Comprendo prodotti sfusi ed alla spina, usando contenitori di vetro riutilizzabili e borse per la spesa riutilizzabili, e soprattutto sperperando meno: il consumo critico è il nuovo modello che dovremmo seguire!
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